C'è un fenomeno che non sono mai stata in grado di spiegarmi e probabilmente senza una conoscenza più approfondita dell'animo umano mai mi spiegherò: la necessità di trascorrere insieme ad altri simili la maggior parte della propria vita, in particolare poi nel periodo delle feste, qualunque esse siano.
Io mi definisco asociale sociale. Non amo per niente stare in mezzo a grandi quantità di persone, invero nemmeno medie quantità, evito abbastanza volentieri eventi sociali, non ho paura di stare in solitudine per giornate intere o occasioni particolari come le feste, non sento il bisogno di parlare o sentir parlare altre persone con me, non temo pause pranzo lontano dai colleghi di lavoro o in una stanza vuota, non temo nemmeno un tavolo vuoto al bar. Tuttavia sociale perché comunque desidero la compagnia di una persona nella mia vita, ma è sufficiente una sola persona accanto a me, anche solo per un poco della giornata, una persona con cui condividere ciò che mi è successo, scambiare idee, trovare conforto e darlo a mia volta se necessario. Generalmente è sufficiente che sia un membro della mia famiglia, ma ancora meglio il fidanzato, che poi per me è famiglia. La mia necessità sociale così è completamente soddisfatta la maggior parte delle volte.
Ci si potrebbe chiedere, in tutto questo, che problema c'è? Ho il mio equilibrio, ho quello che desidero, sto bene, non do fastidio a nessuno, anzi. Eppure è tutta la vita che combatto con questo aspetto di me. Il crack lo si sente molto bene quando non si parla prettamente di me, ma degli altri con me. Lo puoi udire distintamente e neanche doverlo aspettare molto a lungo. È il crack dell'iceberg del diverso che tocca la lastra ghiacciata del comune. E la colpa della crepa che ne risulta è di certo dell'iceberg.
Ho trascorso 27 anni credendo che se non volevo andare alle feste, se non volevo uscire i venerdì sera, i sabato sera e la domenica pomeriggio, se non volevo festeggiare il mio compleanno, se non volevo fare baldoria a capodanno era perché IO avevo un problema, IO ero sbagliata, IO dovevo cambiare. Non potevo accettare che io provassi disagio con le persone, non potevo permettermi di preferire passare il tempo con me stessa invece che con persone superficiali e mediocri del mondo che mi circonda, non potevo non desiderare di essere come tutti gli altri, qualunque cosa fossero gli altri.
Quanto tempo sprecato, quante lacrime versate per ragioni così stupide, quanto dolore provato per qualcosa che non appartiene veramente a me.
Il vero problema lo hanno tutti coloro che non sono in grado di ACCETTARE chi è diverso da ciò che la società ha plasmato; il vero problema sei tu che hai un problema con me solo perché non voglio passare il capodanno, il sabato sera o le mie giornate nello stesso modo tuo o di chiunque altro.
Ho fatto così tanta fatica a vedere e capire che io meritavo di essere ciò che sono e non voglio più permettere a nessuno di dirmi che questo è sbagliato, dirmi di non essere ciò che ho il diritto di essere, dirmi di non vivere come meglio mi sento di vivere. Non creo danno a nessuno e quel poco che creo a qualcuno è solo qualcosa con cui questi deve imparare a convivere, ad averci a che fare per poter stare con me; fa parte di me e se non è in grado di sopportarlo, accettarlo, superarlo allora non può restarmi accanto. Evidentemente non sono giusta per lui. Evidentemente lui può guardare altrove e senza giudicarmi per forza.
Il giudizio. Eccolo il grande padrone delle nostre menti, il nostro carceriere, il nostro mutilatore di possibilità. Se solo non passassimo tutto al vaglio del giudizio. Il giorno che saremo liberi davvero, sarà quando potremo vivere non sotto ma con, il giudizio. Nel momento in cui inizi a valutarmi moralmente e personalmente e sulla base di questo mi escludi, mi deridi, mi temi, mi denigri, mi umili, o mi violenti psicologicamente in ogni altra maniera sei tu che hai fallito, sei tu il limitato che non sa andare oltre le sue certezze, sei tu che hai veramente tanto da imparare dalla vita, sei tu il vero diverso da non accettare.
A voi che non sapete cosa significhi essere diversi e che li condannate senza appello: il mondo sarebbe decisamente migliore senza di voi.
Laetitia Nemesis