Una domenica d'estate.
Ore 20.30 circa.
Sto tornando a casa dal parco dopo un pomeriggio di solitudine nella gente. I miei pomeriggi preferiti. Io, la natura e decine e decine di esseri umani che chiacchierano, gridano e si muovono intorno a me come formiche. Io a guardare chissà dove, ad ascoltare chissà chi, a pensare a chissà cosa, altrove.
Il ritorno è sempre un momento particolare, in cui ho voglia di tornare, ma anche di rimanere fuori di casa ancora per un po', finché c'è luce, finché non viene il nero della notte ad avvolgermi le spalle.
Quest'estate non ho più fatto le bellissime e lunghissime camminate dell'anno scorso: sono più felice. Tuttavia mi mancano.
Stasera ho preso il 2, come allora, ma ad una fermata prima, non come allora.
Camminavo lungo il parcheggio vuoto: asfalto grigio, caldo, ruvido, spesso, duro, denso, resistente.
Alzo la testa in aria: azzurro arioso, morbido come seta, leggero, terso, impalpabile.
Un pensiero: vivere è camminare.
Lo puoi fare in tre modi.
Puoi guardare a terra. E' più facile, costa meno fatica, è più sicuro, sai sempre dove vai, dritto, obliquo, avanti, indietro... Gli insicuri camminano a testa bassa, come se cercassero uno spillo nel terreno. E lo fanno perché lo sguardo ci lega alla terra, i nostri piedi poggiano più saldamente su una superficie che ci sostiene. Ci sentiamo più forti, più decisi, più inarrestabili. Eppure perdiamo di vista un'importante elemento: la meta del nostro incedere. Verso dove stiamo camminando? Sì, andiamo dritti, ma a Nord, a Est? E non ci appare nulla e nessuno al nostro fianco. Tutto c'è, ma non lo vediamo.
Poi alziamo lo sguardo davanti a noi. Ci sentiamo smarriti ora. Abbiamo tanto tutt'attorno. E' difficile far attenzione ad ogni particolare. Ci distraiamo. Ma almeno il palo che ci si presenta davanti riusciamo a scorgerlo per tempo! Ed ecco che possiamo afferrare la mano che ci viene tesa ad un incrocio o offrirla a nostra volta.
Infine la testa ci cade all'indietro e la volta celeste investe i nostri occhi. Per poco non perdiamo l'equilibrio. E allarghiamo le braccia. Diventiamo leggeri proprio come l'aria. Sentiamo i nostri piedi sollevarsi. Un senso di vertigine, come se quel cielo ci stesse risucchiando nel vuoto, ci pervade. Ci sembra di cadere. Tuttavia restiamo in piedi. E sorridiamo.
Siamo liberi.
Ed è così che voglio camminare e vivere: in punta di piedi, occhi al cielo.
Laetitia

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